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Lug 19

VIAGGIO IN V CLASSE (racconto di A. Zucchi)

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Presentazione Editoriale del libro VIAGGIO IN V CLASSE

Edizioni IL FILO.

Roma, 28 Febbraio 2007 – Caffé Letterario l’800


Intervento dell’autore

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Questo libro non è nato a caso. Non è il legittimo capriccio di un cinquantenne né un espediente per cercare visibilità. Piuttosto, è la sintesi di un sogno. Mi sono trovato nella straordinaria condizione di chi un bel giorno decide di raccontare una storia a sé e agli altri, un po’ per gioco e un po’ no. Se poi la storia appartiene alla sfera intima della propria vita, allora il gioco cambia connotati. Nei due anni di stesura, il gioco si è trasformato in una specie di giardino domestico dove ho girovagato in pantofole per riguardare piante e radici disseminate qua e là. Ho fatto un viaggio un po’ scomodo per raggiungere una frazione di tempo che mi appartiene, che a volte ho trascurato e che desideravo diluire nel presente

Come quando si ha la fortuna di affacciarsi da una finestra “ideale” e da lì guardare a proprio piacimento ora questo ora quello (il mare, un fiume, un lago, la montagna, la città), allo stesso modo, a me che l’ho scritta, questa “cosa” offre un ventaglio di significati. Ora, scegliere tra tante opzioni non è facile. Potrei cavarmela in maniera più che legittima sintetizzando tutto il romanzo nella cattura di certe nostalgie necessarie, oppure, parlandovi del gusto che ho provato nel resuscitare un’età che non voglio disperdere. Oppure, ancora, tentando di manifestarvi gli effetti sublimi provati scrivendo il mio primo libro. Sono sfaccettature che, però, riguardano me e il mio sentire e quindi ammetto che concorrono ad alimentare il mio egoismo. Ciò conferma la regola secondo la quale gli scrittori scrivono anche per sé. Ma, in questo caso, io ho scritto soprattutto per gli altri (per i miei compagni di classe, per i miei docenti, per la mia città, per le persone che mi sono vicine e per quelle che purtroppo non lo sono) e anche per voi che siete qui e per chi avesse la voglia di leggermi.

Posso rassicurarvi o deludervi (dipende dai punti di vista) sul fatto che questo racconto è una storia “normale” che non contiene gli effetti speciali dei giorni nostri, che usa solo le luci di posizione e mai i fari abbaglianti. E’ un microcosmo un po’ maccheronico, un piccolo teatro dei quasi uomini (riferito a quella quinta B), un respiro lento al punto giusto eppure vitale nelle persone che lo abitano.

Nel contesto di avvenimenti diversi (scolastici, sociali, familiari e intimi) che hanno in comune il fatto di essere autentici, ho sentito la necessità di descrivere sentimenti. L’amicizia, l’amore, la rabbia, le speranze, le delusioni, i sogni dei ventanni, seppur mossi nello scenario di un particolare territorio (Reggio Calabria), spero riescano a rendere questo romanzo fruibile a tutti. In fondo, i sentimenti non hanno nazionalità.

Sposando in pieno la chiave di lettura che in maniera formidabile il dottor Pietro Zullino ne ha tratto, questo libro tenta di esprimere l’incidenza e l’efficacia che possiamo avere sulla Società anche stando al proprio posto. Si può fare rivoluzione contando sulle idee ed evitando la spranga, la bomba e tutto ciò che penalizza la vita. Ricordando quegli anni, inevitabilmente mi viene da guardare ad oggi, alla situazione di eterno presente, priva di passato e futuro, in cui questa gioventù sembra muoversi.

La giostra sulla quale i giovani stanno oggi girando sembra ruotare a velocità supersonica. Mai una tappa per pensare; mai un caffè da gustare in una pausa di vera riflessione; tutti di corsa alla ricerca di ciò che luccica, di ciò che rimbambisce i cuori e deforma le menti. Ecco, Viaggio in V classe sintetizza la voglia, almeno la mia, di cavalcare questo inizio di millennio in maniera più naturale e sempre meno servi del sensazionale a tutti i costi.

Il libro, infine, é anche frutto di una lunga ricerca dentro noi stessi, un tuffo all’indietro alla caccia di quelle radici, di quegli odori, di quelle immagini e di quei colori che, senza accorgersene, hanno disegnato i contorni di ciò che poi siamo diventati.

 

(Aurelio Zucchi) 28 Febbraio 2007

 

 

 

Prefazione di Pietro Zullino

 

Un narratore esordiente propina di solito vicende che dovrebbero affascinare in quanto straordinarie, ma così facendo banalizza l’eccezionale, al prezzo di non farsi più leggere la prossima volta. Invece Aurelio Zucchi, con abile e astuta penna, scrive uno slow work di piatta vita ordinaria, irritante, che tuttavia chiede perentoriamente d’esser letto, perché opera il miracolo di far lievitare a romanzo il nulla da cui prende le mosse.

Zucchi ripropone (non diremo si parva licet) il teorema già dimostrato da Joyce nell’ Ulisse e da Musil ne L’uomo senza qualità, e in fondo anche dalla proustiana Recherche: il teorema dell’eccezionalità del banale. Infatti, stando alle regole, noi, in questa Italia progredita fino al suicidio, dovremmo considerar banale – anzi niente assoluto – la storia d’un gruppo di adolescenti calabresi in cerca, nel 1970, d’una maturità da immaturi, alla vigilia d’un faticato diploma da geometri. Un po’ rinoceronti, un poco manzi, questi residuali square si preparano in ottusa umiltà alla professione, agli impieghi, a una vita di lavoro, al matrimonio, ai figli, alla pancera: come dire al sostegno – perché non crolli – della baracca nazionale, sul cui tetto danzano intanto i forsennati del liceo umanistico, frotta di quelli che tra poco sfasceranno le università autoproclamandosi, nel ridicolo, nuova classe dirigente.

Vivono in un castello, estranei al mondo che s’infuoca, gli apprendisti geometri di Reggio Calabria. Non diverranno politici ma uomini dabbene, anche se Roma campeggia lussuriosa sullo sfondo. Hanno in mente solo le fatiche del diploma, in ciò disturbati dall’ inescansabile rapporto con ragazze emancipanti di buona famiglia e perciò complicate, nemiche, parafemministe, anestetiche o indocili all’introduzione – rapporto che un poco li cruccia ed estenua, ahimè.

Spezza tanta gravitas qualche scivolata, qualche volgarità, qualche mangiata di pesce sullo Stretto e, ogni tanto, la mercede d’una siesta con la svedese di passaggio. Ma ben altro dovrà essere la vita ed essi lo sanno: quindi parlano ossessivamente di Topografa, di Estimo, di Scienza delle Costruzioni; e si fanno problema dei loro professori, e del presente, e dell’incerto certissimo domani. Hanno costituito una cooperativa di buoni propositi; non marciano per il Vietnam o contro l’incombere dell’apocalisse atomica, né vogliono cacciarsi nel tumulto delle lotte giovaniliste, ché anzi ne vengono afflitti: perché gli scioperi, è noto, creano scompiglio e rallentano il tuo processo di ansiosa integrazione all’ingiusta società. Seguir la corrente non la seguono, forse neanche la sentono; come hanno evitato i moti del Sessantotto, così nel Settanta evitano persino di salire sulle barricate della loro Reggio insorta contro lo Stato arrogante e padrone: incombono gli esami.

E di farsi esaminare sentono l’obbligo, il masochistico piacere e naturalmente anche la paura. Ma non c’è tra loro un Franti. Quasi tutti amano i professori, quasi nessuno odia i genitori: ecco fatta l’eccezionalità del banale. Ma davvero la classe è storia da niente? E se fosse invece, sotterranea, la vera storia di questo paese, replicata di nascosto in cento province e città? Talmente lontana dall’idea che dei vostri tempi vi siete fatta, talmente estranea alla vulgata massmediatica degli anni ’60 e ‘70, da sembrare falsa? Invece è autentica, teatro-verità: qui ne è attore e protagonista Zucchi, lui stesso, coi suoi compagni e i suoi trèpidi maestri: tutti chiamati per nome e cognome, tutti testimoni del fatto, tutti raccolti in una ‘ndrina di maschi finalmente diplomati che si giurano solidarietà per l’intera vita (e attenzione, attenzione davvero: maschilista è la classe, d’una settarietà pitagorica, con quell’universo femminile perennemente in agguato alle porte del castello, tutto teso a disguidare gli amici, a scollegarli dalla fibbia).

Il libro che avete sotto gli occhi può sembrare un romanzo di formazione alla rovescia, un bildungroman a capofitto. E se invece fosse a testa in su? Mentre l’Italia s’è riempita di memorie di ex giovani turbolenti che raccontano i loro rivoluzionari percorsi di crescita, perlopiù finiti nei laghi amari della delusione (quando non sulla bancarella delle anime in svendita) qui risuona il basic ground bass d’una zampogna tradizionale un po’ stralunata epperò, a dispetto d’ogni coprente frastuono, mai dismessa; salvata dal diluvio e quindi, alla fine, vincente. I rinoceronti – ove sappiano esprimersi – avranno l’ultima parola.

Con queste ali s’invola il sorprendente romanzo di Zucchi, ben costrutto documento, affollato di personaggi guizzanti seppur demodè, ricco d’una sincerità tetragona che fa grumo sulla pagina, soffuso d’una bellezza malata che suscita ammirazione e insieme raccapriccio: descrive infatti l’odiosa Italia dell’eterna controriforma, che sempre perde il treno della modernità, e sempre per colpa o frode di macchinisti infedeli.

 


 

VIAGGIO IN V CLASSE (racconto di A. Zucchi)ultima modifica: 2009-07-19T00:57:00+02:00da hooks46
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